Metà, 1989.
Breve resoconto dell'anno passato. Non quello appena passato, però.
Gennaio
Il mondo è un posto difficile da vivere, ma almeno è facile da capire. Tutto è diviso in due, lo è da sempre o almeno da quando riesco a ricordarmelo.
È un po’ che è arrivata una bambina piccola e bionda, e si è presa metà di tutto. Metà dello spazio, metà del tempo, metà di quello che avevo e soprattutto metà di quello che potrò mai avere. Da che è arrivata si è alzato un muro per tutta la casa che tra le altre cose serve soprattutto a reggere l’orizzonte. La metà di tutto non è bello, ma è qualcosa.
Io e la bambina bionda ci odiamo, o almeno io la odio di sicuro, la vorrei uccidere ma non posso. Di lei non saprei dire davvero che pensa, perché non parla. Restiamo quasi sempre ognuno dal proprio lato, nel proprio pezzo di mondo, di casa, di famiglia. Se uno dei due prova a prendersi l’altra metà perde tutto. I giochi, i biscotti, l’amore degli adulti. Provare a farsi fuori è un rischio troppo alto, è un conflitto che non può esplodere, è una guerra fredda.
Febbraio
La bambina mi morde, mi pizzica, in silenzio. Non ricordo perchè, forse vuole la Cecoslovacchia. Siamo sotto al tavolo di cristallo del soggiorno. Io allora le tiro i capelli e lei piange, urla. A quel punto una madre entra dalla porta e mi punisce, senza sapere niente. Punisce solo me, evidentemente perchè sono quello che non piange, e a quel punto allora mi metto a piangere pure io, incazzatissimo, mi sembra tutto ingiusto. Che fine ha fatto la guerra fredda, le domando. E lei mi risponde che questi capricci tra bambini non devono esserci, che non dobbiamo esagerare. Il soggiorno, la cucina, la casa dei nonni, gli abbracci, tutto è da spartire e da accettare, io da una parte e lei dall’altra. Infine conclude con un’espressione apparentemente banale, ma che in effetti non avrebbe potuto essere più anni ottanta: “Dovete imparare a fare a metà”.
Marzo
Guardo un sacco di televisione, tutto l’anno. Passo molto tempo dai nonni, mia madre fa la maestra ai figli degli altri e sta a scuola pure il pomeriggio. E così io passo gran parte di quei pomeriggi a mangiare pane e pomodoro e a guardare la tv. La bambina dai capelli biondi invece ha una babysitter che si chiama Lucia. Il suo mondo non ha nessun senso.
Aprile
Un giorno preciso che non mi ricordo, da qualche parte lontanissima, qualcuno dice Game Boy. Sono le prime parole di un universo che nessuno ancora conosce, che deve essere creato; però già quelle parole bastano, sono come un mantra, come una di quelle cose che tu ripeti all’infinito e solo per quello stai bene. Come fanno i buddisti: Game Boy Game Boy Game boy. Il buddismo e il Game Boy dopotutto arrivano dalla stessa parte di mondo, ed evidentemente parlano dello stesso tipo di salvezza. E quando quelle parole vengono pronunciate milioni di bambini nel mondo, anche se non le hanno sentite direttamente, avvertono una luce che si accende dentro di loro, una divinità che improvvisamente si manifesta e una meraviglia che presto diventerà religione. Pure io voglio stare bene come i buddisti però qui nessuno ripete niente. Si sente solo l’eco di quelle parole, che perde quasi subito significato. Game Boh. A casa mia sarò il primo qualche anno dopo a dire Game Boy, e tutti faranno finta di non capire e ad un certo punto mi verrà regalato un triste Super Vision, che è una specie di imitazione della salvezza, una cosa più tipo rassegnazione.
Maggio
È il mio compleanno e nessuno mi vuole dire che sta succedendo. È domenica e siamo andati a pranzo dai nonni. Dopo pranzo, mentre io faccio cinque anni, Roberto Baggio fa due gol al Como, Maradona non gioca e il Napoli pareggia, e soprattutto Michael Jordan segna con un tiro sospeso nello spazio e nel tempo. A casa dei miei nonni di Michael Jordan che diventa leggenda non se ne parla per la verità, nessuno mi racconta niente. Mia nonna ha fatto le melanzane indorate e fritte, e mia madre una torta anni ‘80, con delle fette di ananas perfettamente circolari, di quelle che si trovano in fondo a certi barattoli di latta pieni di sciroppo e di televisione. In quello stesso momento i cinesi fanno la rivoluzione dentro la rivoluzione, e nemmeno di quello si parla a casa dei nonni. Ma di che cazzo si parla a casa dei grandi quando sei piccolo?Comunque nemmeno a loro, ai cinesi, hanno raccontato mai niente, però evidentemente certe informazioni passano comunque, soprattutto se sono leggende come il Game Boy, e pure loro vogliono essere come Maradona, Jordan e Roberto Baggio. E così li ammazzano, o si fanno ammazzare.
Giugno
Certe notti non dormo. Mi rigiro nel letto e poi mi alzo che è notte fonda, tipo le dieci, e cammino per casa. Spesso mi affaccio alla finestra della cucina per vedere se sta passando il camion. Arrivo a malapena al davanzale, così avvicino una sedia per salirci e guardare fuori. Siamo al terzo piano e si vedono dei palazzi che avvolgono un cortile e oltre si vedono i lampioni gialli che illuminano viale dei Rettori. Mi sono chiesto a lungo chi fossero questi rettori, poi ho capito.
Di strada se ne vede soltanto un pezzo, quasi sempre nella nebbia, ed è proprio il pezzo che mi interessa perché ci stanno i cassonetti dell’immondizia e se becco il momento giusto arriva il camion. Io guardo rapito, so già quello che sta per succedere ed è bellissimo. Qualcuno guida il camion e lo ferma in mezzo alla strada, ma di lui non mi interessa. Quello che voglio vedere è il tipo che sta in piedi sulla pedalina dietro. Si regge con la mano ad un sostegno al lato del camion e si gira tutta la città così. Come fosse su una decappottabile, o su una moto, ma è ancora più fico perchè sta in piedi. E la cosa che mi fa impazzire è che è proprio il suo lavoro, ha il permesso sociale e morale di girare appeso al culo di un mezzo pesante, e non c’è nessuno che può dirgli no, non si fa. Ogni tanto scende, come succede davanti casa mia, e aggancia i cassonetti a delle braccia meccaniche che stanno sempre dietro al camion. Le braccia si alzano, i cassonetti si ribaltano e i rifiuti precipitano. Alla fine, mentre rimette tutto a posto, il camion riparte piano piano, così lui lo rincorre e salta sulla sua pedalina. E io penso che non esiste nessun lavoro più bello. Non può esistere. Girare la città di notte appeso ad un camion. È quello che farò da grande. Anche io voglio essere uno dei rettori.
Luglio
Guardo molta tv, a tavola mangio tutto, piango poco. La bambina dai capelli biondi rompe le palle. Continua a dormire con una madre, è vero, ma almeno io ho una stanza che è veramente mia, e soprattutto ho il linguaggio. Difendo la mia visione del mondo, il mio stile di vita, la mia ideologia. Con mia madre ci parlo, uso le parole, e ci diciamo le cose da adulti, parliamo di responsabilità, di che cosa vuoi fare da grande e io rispondo sempre raccontando del camion dei rettori, della città di notte, del non dormire mai. Decido che mi sta bene vivere così, con quella bambina bionda che si illude di avere ragione nell’altra stanza al di là del muro, ma che poi nemmeno sa parlare.
Agosto
Non è successo niente, a parte una cosa chiamata Lambada (che in verità è successa tantissimo).
Settembre/Ottobre
Sono prontissimo a cominciare la scuola, anche perchè non vedo l’ora di finirla. C’ho davanti una quindicina d’anni di pubblica istruzione da scontare, ed è meglio togliersi il pensiero il prima possibile. Mi preparo ad essere educato come cittadino e formato come lavoratore, mi preparo alla conoscenza come libertà e come responsabilità. Ci sono, sono pronto. Studio quello che devo studiare così quando arrivo alla fine sarò un uomo fatto, risolto, compiuto.
Qualcosa va per il verso sbagliato e non succede niente del genere. Tanto per cominciare niente scuola: dicono che sono piccolo ed è più bello se aspetto ancora un anno. Non so se dipende da questo, ma non smetterò mai più di studiare per il resto della vita, giocandomi ogni possibilità di diventare un uomo risolto nella collettività e tutto il resto. Porco mondo.
Novembre
Improvvisamente cambia tutto. Col senno di poi avrei potuto prevederlo: se fai cinque anni lo stesso giorno (e nello stesso mondo) in cui Michael Jordan impara a volare e Piazza Tienanmen a scoppiare, è facile che poi qualcosa cambi di botto.
Cambiamo casa, traslochiamo, e con noi sembra che traslochi tutto il mondo. Mi dicono che è una cosa buona, che andiamo a vivere in un appartamento più grande, in una zona della città che sta crescendo. Noi pure stiamo crescendo, mi dicono, e crescere significa avere gli stessi bisogni, e gli stessi desideri, e soprattutto gli stessi modi di perseguirli. E prima che io possa controbattere qualcosa vengo a sapere che io e la bambina dai capelli biondi avremo una stanza insieme. Da quel momento in poi il mondo non è più diviso, è condiviso. Il muro che reggeva l’orizzonte è caduto, è caduto forse pure l’orizzonte, è la fine della Storia.
Se ne parla su ogni giornale e su ogni autobus, ci sono le edizioni straordinarie in tv, tutti sembrano entusiasti. Però noi, io e quella che stava ormai per diventare a tutti gli effetti mia sorella, siamo inquieti. Come avremmo fatto, senza più un orizzonte da difendere? Io proprio non lo sapevo, e in effetti quel vuoto di alternative mi avrebbe sconvolto per il resto della vita.
Dicembre
A Babbo Natale ho chiesto una Gig Niccol. Mi piace perché l’ho vista in tv, dev’essere velocissima e tra l’altro si chiama come mio cugino. Un pomeriggio mia madre entra nella stanza dove ci siamo io e mia sorella. Io sto giocando con dei giochi militari, personaggi vari che si fanno la guerra inventata e se uno muore poi arriva un’altro che lo resuscita quasi sempre, fino a che non c’ho più voglia e faccio pure io la fine della Storia. La bambina mi sta lontano, ma si vede che vuole essere come me a modo suo: usa dei pupazzi che si dicono cose. Mia madre ci dice che sta uscendo, e che magari potrebbe incontrare Babbo Natale. In quel caso, mi chiede, cosa gli devo dire? Che cosa vorresti chiedere a Babbo Natale? Di esistere, penso io. E soprattutto di continuare a esistere per sempre, come Michael Jordan e Roberto Baggio. Di resistere, in effetti. Perché non voglio più dover dare, ancora, un senso nuovo a tutte le cose. Ma non glielo dico, le dico solo Gig Niccol, che non si chiama così ma lei capisce lo stesso, perché pure lei ha visto la pubblicità in televisione. È una macchina telecomandata che ha il nome tipo quello di mio cugino, ed è giapponese: la cosa più vicina al buddismo che sono riuscito mai ad avere.


